Ti Amo di botte!

Il complesso fenomeno della violenza di genere. 

È da poco passato l’8 Marzo, data che celebra le donne, e anche in occasione di questo giorno, purtroppo, abbiamo assistito a gravi fatti di cronaca che hanno visto come protagoniste le donne. Che cos’è che si cela dietro il femminicidio o dietro la violenza in generale verso le donne?

È un fenomeno del nostro tempo, che racchiude in sé elementi di complessità, disordine e confusione. La violenza sulle donne è intesa come una forma di squilibrio relazionale, dove il desiderio di controllo e possesso da parte del genere maschile sul femminile si articola nell’esercizio di potere finalizzato a dominare l’altra persona. Tale relazione origina e si struttura spesso all’interno di una relazione fondata sulla disuguaglianza e sull’asimmetria di potere tra maschi e femmine, partendo da radicate convinzioni, basate su modelli socio-educativi e relazionali trasmessi da una generazione all’altra, che vedono la donna subordinata all’uomo e pertanto, come un soggetto dipendente nel rapporto affettivo di coppia. La donna viene associata e descritta come persona adibita alle funzioni di cura all’interno della famiglia e, talvolta, questa visione va a discapito della reciprocità e della possibilità di inoltrare richieste basate sui propri desideri e bisogni.

All’interno delle mura domestiche spesso si verificano da parte degli uomini comportamenti violenti, e ciò talvolta avviene nel completo silenzio della donna. Sono comportamenti che si ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave definito appunto “Ciclo della violenza”, in cui inizialmente la donna, avvertendo la tensione, per prevenire l’escalation di violenza, concentra le sue attenzioni sul partner, il quale però perde il controllo e attacca, prima verbalmente e poi fisicamente, fino a quando, passata la fase di violenza, si arriva alla fase del pentimento, detta “luna di miele” durante la quale l’uomo può attribuire la responsabilità dell’atto violento a fattori esterni e nella donna può prevalere il senso di colpa. Con il tempo la fase di luna di miele tende a ridursi, mente le altre diventano sempre più frequenti e gravi. I dati ISTAT ci dicono che il 93% delle donne vittime di violenza da parte del partner o ex partner non denuncia la violenza e che una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza nell’arco della sua vita: parliamo, infatti, dei diversi tipi di violenza esistenti dalle forme più conosciute come la violenza fisica e quella sessuale, alle tipologie meno visibili, ma altrettanto gravi come la violenza economica e la violenza psicologica. Questi fatti sono sempre più segnali di un malessere profondo nelle relazioni sociali tra uomo e donna che si manifesta all’interno della famiglia, contesto nel quale dovrebbe esserci protezione e rispetto, dove le persone cercano amore, accoglienza e sicurezza, ma che per le donne vittime di violenza si trasforma nel luogo meno sicuro, in una gabbia, in un luogo di sofferenza.

Quando la violenza riguarda donne che sono anche madri, ciò che viene intaccata è anche la loro funzione genitoriale, poiché si sperimenta un maggiore senso d’impotenza, con conseguente aumento delle problematiche comportamentali nei bambini. Nei casi di violenza di genere le vittime sono anche i figli, che hanno assistito alla violenza. Il miglior modo per contrastare il fenomeno è prevenire e sensibilizzare, e lì dove la violenza è in atto denunciare e farsi aiutare dai professionisti del settore. Ricordate che “l’amore rende felici e riempie il cuore, non rompe le costole e non lascia lividi addosso”.

Inoltre potete leggere questo articolo sul numero di Bianca Magazine di Aprile/Maggio, sulla rubrica “Pillole di Vita”, da me curata. 

Violenza assistita, una diversa ma pur sempre “forma di abuso”

La violenza assistita di cui sono vittime i bambini può avere gravissime conseguenze provocando una grave instabilità emozionale che si traduce in molteplici sentimenti negativi, come ansia, paura, angoscia, senso di colpa, insicurezza.

Può inoltre provocare disturbi del comportamento, tra cui l’isolamento, la depressione, l’impulsività e l’aggressività nonchè gravi disturbi alimentari.

Ma che cosa significa assistere alla violenza? 

Guardare, ascoltare, vivere l’angoscia, esserne investiti, contagiati e sovrastati senza poter far nulla. Significa esporre un bambino a qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative all’interno di ambienti domestici, familiari o comunitari, come spesso accade ai bambini stranieri. Molto spesso questo fenomeno è sottovalutato e non si dà il giusto peso alle sue conseguenze. Dunque in un paese sviluppato, quale dovrebbe essere il nostro, è necessario strutturare una strategia di contrasto della violenza che si basi su tre pilastri fondamentali ovvero la prevenzione, attraverso percorsi educativi, laboratori esperienziali che abbiano l’obiettivo di mettere in discussione i modelli di relazione convenzionali, gli stereotipi di genere e i meccanismi di minimizzazione della violenza; l’emersione, istituendo all’interno delle scuole una figura che abbia le competenze per riconoscere e contrastare le forme di violenza assistita subite dai bambini trovando la collaborazione con i servizi sociali e le associazioni del territorio di riferimento; la forma di protezione che consenta l’immediata presa in carico del minore, senza attendere la conclusione degli iter giudiziari.  Un fenomeno ancora sommerso, quasi “invisibile”, contraddistinto da segnali plurimi, i cui effetti possono essere devastanti sullo sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale dei bambini.

In tale contesto si inserisce anche la violenza sui minori stranieri provenienti da un mondo meno fortunato e che sentono su di loro il peso degli sguardi, della discriminazione e della paura nei loro confronti. Come ci suggerisce il Consiglio Nazionale degli ordini dei psicologi va ricordato che tutti i bambini percepiscono la realtà dinanzi a loro con l’armonia dei sentimenti semplici, su cui plasmano il loro sviluppo emozionale. L’infanzia infatti non ha nazionalità ma questo è un concetto spesso astratto e dimenticato.

L’esperienza della sterilità e le sue conseguenze psicologiche.

Nel presente articolo vorrei soffermarmi sulle conseguenze psicologiche che possono derivare da una diagnosi di sterilità, termine con il quale si intende la condizione fisica permanente che colpisce uno o entrambi i coniugi e che non rende possibile la procreazione.

Le reazioni dell’uomo e quelle della donna dinanzi ad una diagnosi del genere sono diverse proprio perché diverse sono le dinamiche interne proprie di ogni genere. La donna, che fin dall’infanzia ha coltivato nelle sue fantasie più profonde l’idea di avere un bambino, di fronte all’ostacolo procreativo sente di essere deprivata di una parte essenziale di sé subendo una ferita nella propria identità che va a colpire la sua area psico-emotiva e culturale come un marchio, un segno di imperfezione o di malformazione di cui si sente colpevole. Un altro elemento importante da considerare è il contesto sociale; la donna sterile spesso si accompagna ad una rete di amiche che con il tempo sperimentano la gravidanza e quindi diventando madri riducono gli spazi e i momenti di condivisone lasciandola senza il giusto supporto emotivo. Nell’uomo invece la sterilità viene percepita come un “verdetto” improvviso e inaspettato che può determinare una reazione depressiva, un appiattimento ideativo ed emotivo se non addirittura una regressione infantile con la moglie. Vengono seriamente minacciate la potenza sessuale, da sempre associata alla capacità fecondativa e l’identità personale e sociale. I sentimenti prevalenti al momento della scoperta di questa verità sono di vergogna, di grave imbarazzo rispetto all’esterno a volte con notevole restrizione dell’ambito delle relazioni sociali, senso di colpa molto forte verso la compagna e la propria famiglia d’origine accompagnati a un senso di perdita e di fallimento.

La sterilità inoltre colpisce la coppia in una delle sue caratteristiche fondamentali in quanto anche se il contesto socioculturale del mondo occidentale è cambiato e la finalità elettiva di un rapporto risiede perlopiù nell’appagamento reciproco e nel dialogo amoroso, il figlio continua a rivestire un ruolo fondamentale, soprattutto nel momento in cui è avvertito come una mancanza. La coppia si trova quindi ad affrontare una vera e propria “crisi di vita” che coinvolge tanto il singolo quanto la coppia dando origine a stress, frustrazione, inadeguatezza e senso di perdita.

A livello psichico la coppia che si trova a dover affrontare tale situazione ha sicuramente bisogno di un supporto terapeutico che la aiuti ad accettare il problema, far fronte alle pressioni sociali, elaborare il lutto per la perdita dell’Io ideale e della propria immagine corporea.

 

Perché abbiamo paura del diverso?

Perché abbiamo paura del diverso? Razzismo, pregiudizi e persecuzioni partono da questa domanda. I pregiudizi non si basano sui fatti ma sono espressione di opinioni comuni che non cambiano anche se i fatti dicono altro. Si tratta di un atteggiamento di chiusura e di rifiuto nei confronti di chi appartiene ad un gruppo che non è il nostro.

Avevamo promesso di non ripetere episodi di razzismo e persecuzioni, ma non è stato cosi. Forse è proprio vero che l’andamento della storia è ciclico e non lineare, poiché se non fosse cosi avremmo dovuto imparare dai nostri errori anziché ripeterli. Non siamo diversi dai tedeschi dei tempi dell’olocausto quando acclamiamo la chiusura dei porti e sosteniamo determinate posizioni. E perché non siamo restii nei confronti degli americani?  In fondo anche loro vengono da un altro continente solo che probabilmente li riteniamo più potenti, più avanti rispetto a noi, gente da cui trarre insegnamenti. Così scattano gli stereotipi: i “neri” violentano, rubano, trafficano droga, uccidono.

Allora è opportuno fermarsi un attimo a riflettere sul fatto che spesso l’apparenza inganna e che i veri stupratori, trafficanti o assassini sono in giacca e cravatta e, siccome potenti, manipolano la società inculcando stereotipi che mettono in cattiva luce i più deboli, scaricandogli addosso i loro peccati.

Dobbiamo essere razionali nell’ affermare e credere che gesti positivi e crimini possono essere compiuti indistintamente da qualsiasi persona che, in quanto tale, aldilà del colore della pelle, agisce in base alla propria coscienza.

Ogni situazione, ogni comportamento va osservato quindi in maniera oggettiva ma spesso abbiamo la vista annebbiata dalla rabbia, una rabbia che, con il giusto aiuto di un esperto, possiamo sconfiggere…del resto non siamo mai soli nella vita, non è così?

Adolescenti e gioco d’azzardo

Con questo articolo voglio porre l’attenzione sul fenomeno del gioco d’azzardo di cui spesso sono vittime anche i minori a causa di un mancato controllo, da parte di chi dovrebbe tutelarli, sull’età degli stessi e sull’utilizzo degli strumenti relativi.  In questi casi sono diversi i protagonisti ad essere chiamati in causa ovvero i genitori, i rivenditori e lo Stato. Per quel che qui ci riguarda vorrei concentrare la mia attenzione sul ruolo fondamentale dei genitori che devono dare fiducia al figlio senza però che la stessa si trasformi in assenza di supervisione, poichè quest’ultima è la causa principale del compimento da parte del minore di queste attività vietate.

La responsabilità di questo crescente fenomeno è chiaramente addebitabile anche ai rivenditori e allo Stato.  I primi, avendo a cuore come unico interesse i propri affari, spesso tralasciano le proprie responsabilità permettendo ai minori di accedere a giochi d’azzardo, come le scommesse, non chiedendo nessun documento d’identità o addirittura, nonostante abbiano verificato la loro minore età, non rifiutandosi di farli giocare.

Lo Stato, a sua volta, dovrebbe garantire il rispetto di regole efficaci e inderogabili in materia.

Nonostante, dunque, più parti sembrerebbero coinvolte nella tutela dei minori l’attenzione dei genitori sulle attività del figlio rimane sempre principale e fondamentale.

Prendersi cura del figlio, ancor più se minorenne, equivale a prendersi cura di un germoglio; non basta solo piantarlo ma occorre che i genitori, ogni giorno, gli dedichino cure e attenzioni, affinchè cresca sano e forte, con la collaborazione di tutti i membri delle società. Tuttavia, non di rado, nonostante si creda di adempiere alla propria funzione genitoriale nella maniera migliore, ci si ritrova a perdere il dialogo con i figli, a causa dell’età, delle frequentazioni e degli impegni di entrambe le parti e dunque diviene sempre più difficile intervenire quando certe situazioni hanno già oltrepassato il limite. In tali casi non deve ritenersi superflua la possibilità di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per un aiuto più concreto.